Lo sport ad alti livelli e disabilità. Intervista a Patrizia Saccà, atleta paralimpica

 

 

Pubblichiamo la prima di tre interviste ad atleti paralimpici, che coniugano lo sport ad altissimi livelli con lavoro, relazioni affettive, disabilità.

Le interviste si sono svolte nell’ambito della giornata internazionale della disabilità, in cui presso il Liceo Juvarra, di Venaria Reale (TO), gli studenti hanno potuto conoscer questi atleti, confrontarsi con loro su diversi temi, vivere una giornata di sport e vita.

 

patriziasacca

Patrizia Saccà è stata atleta della Nazionale paralimpica Tennis-tavolo dal  al 2013; ha partecipato a due paralimpiadi: Barcellona (medaglia di bronzo) e Pechino. Ha chiuso la carriera agonistica con i World master games 2013 (Torino), vincendo due medaglie d’oro e una d’argento con atlete senza disabilità. Attualmente è Allenartore di tennis-tavolo in ambito dilettantistico, riabilitativo e agonistico e Istruttore di Yoga. Utilizza la carrozzina da oltre 45 anni.

 

Ciao Patrizia, ti chiedo subito come ti sei ritrovata sulla sedia a rotelle

Avevo 13 anni, giocavamo a palla su un terrazzino privo di protezioni. Per prendere la palla inciampai e mi fratturai la spina dorsale. Avevo 13 anni.

…In piena adolescenza!

In piena adolescenza, sì. E’ stata dura. Erano anche anni differenti da oggi, la società era meno preparata.

L’adolescenza è un’età molto importante per la costruzione dell’identità. Tu come ti sei costruita un’identità non da persona disabile, ma da sportiva?

Incontrai presto un medico che mi disse “Dimentica la tua disabilità”.

La disabilità c’è, si vede ed è inutile negarla. Non poter vedere o camminare non è il normotipo. Quindi non ho mai negato o rimosso la mia disabilità, ma non ho nemmeno reso la sedia la protagonista della mia vita. Per es. recentemente sono andata in India da sola e a breve ci ritornerò per fare volontariato. Cerco di fare al meglio con quello che ho.

A questo proposito, mi ha fatto molto piacere oggi parlare a questi studenti liceali, perché ritengo che questi momenti pongano le basi per una non emarginazione.  

Praticavi uno sport agonistico?

Andavo a cavallo, avevo appena cominciato l’agonismo. Inoltre nuotavo e facevo danza classica. Mi arrampicavo sugli alberi. Usavo molto il corpo, credo che lo sport abbia sempre fatto parte di me.

Secondo te il passaggio allo sport agonistico ci sarebbe stato senza la tua disabilità?

Sì, già da ragazzina volevo emergere e avere un riconoscimento sul piano agonistico, come un forma egoica a supporto dell’autostima.

Chi ti ha supportato di più?

Sicuramente mia madre, una donna molto tenace e coraggiosa; l’assenza di mio padre mi ha spinta a cercare autostima nello sport.

Appena usciti dall’ospedale abbiamo fatto una grande festa. Quando è stato il momento di lavare i piatti mia madre ha chiesto retoricamente: “E ora i piatti chi li lava?”. Io ero l’ultima persona alla quale credevo pensasse, anzi non mi ero nemmeno posta il problema. Invece lei alludeva proprio a me: “Sei in carrozzina, ma le mani le hai buone, puoi lavarli esattamente come prima”. L’ho odiata per questo atteggiamento, ma mi ha insegnato che avevo ancora delle risorse, che la sedia non aveva annullato.

Oltre mia mamma, le persone che mi hanno spinta, sono state tantissime nel corso della mia vita: Roberto mio marito con cui ho ancora un rapporto meraviglioso, e tanti coach della società e della Federazione, gli amici, ho incontrato davvero tante persone meravigliose !

Come ti sei avvicinata al tennis tavolo?

Ho iniziato con sport-uomo 80 (“Sportuomo Torino 80” fu una manifestazione sportiva relativa al rapporto fra uomo e sport in contesti naturali – correre, nuotare, saltare, ecc. – n.d.r).

Erano pochissime le donne (con disabilità? ndr)  che praticavano sport. Ho provato moltissimi sport, ma non mi piaceva l’ambiente della disabilità, essere riconosciuta come persona come persona con disabilità. Scelsi Tennis Tavolo perché potevo gareggiare con persone senza disabilità: era il mio modo di combattere al tempo l’emarginazione … erano anni diversi da oggi,  oggi si è  riconosciuti come Atleti, negli anni 80 questo sport era considerato più un passatempo.

Il CIP (Comitato Italiano Paralimpico ndr) e tutte le Società e Federazioni hanno lavorato molto affinché venissimo riconosciuti come atleti, infatti alcuni Atleti Paralimpici oggi sono assunti nei corpi militari. Questo è un grande successo del lavoro fatto da tutti noi negli anni, compresa me.

Ho praticato comunque molti altri sport, fra cui sci, sub e scherma, disciplina con la quale recentemente ho vinto una medaglia.

La prossima settimana diventerò il primo istruttore di yoga in carrozzina: nella tesi presento il Saluto al Sole per persone in carrozzina, che uscirà in un mio libro su questo argomento, di prossima pubblicazione. Vorrei rendere utile tutta la mia esperienza in carrozzina ad altre persone con disabilità.

Sei riuscita a vivere di sport?

Per trentacinque anni ho lavorato in ospedale come impiegata, presso vari reparti. E’ stata una battaglia anche questa, perché c’era il pregiudizio che una persona con disabilità non potesse svolgere un lavoro a contatto con il pubblico….

Successivamente, essendo arrivata ad alti livelli, ho avuto gli sponsor, poi sono diventata istruttrice. Ora insegno in Unità spinale a Torino e ad Alessandria e alleno in palestra chi desidera avviarsi alla carriera agonistica.

Collaboro con Freewhite (Sestriere) – associazione sportiva  di Sport invernali e multi-sport estivi per persone con qualsiasi disabilità , anche intellettiva: sono un Allenatore dello Staff da 7 anni.

Pensi che lo sport possa aiutare un bambino o un adolescente ad avere relazioni migliori al di fuori dell’ambito della sua squadra, o a proporsi diversamente?

Penso che lo sport faccia bene a tutti, al figlio di una famiglia problematica come al ragazzo disabile. Di sicuro lo sport rende liberi… nel senso di autonomi, liberi da genitori spesso troppo ansiosi e sfiduciati sulle potenzialità del proprio figlio.

Avresti dei consigli da dare a questi genitori?

Non stare troppo addosso ai loro figli e dare loro fiducia, lasciarli liberi, fuori e dentro allo sport.

In unità spinale mi è capitato di assistere a madri che … “si rimettono nella pancia” figli ormai uomini maturi!

Non avevo apprezzato nell’immediato la spinta a cavarmela da sola quando arrivò da mia madre, ma con il senno di poi devo soltanto ringraziarla.

Ho avuto una vita del tutto normale, anche nelle relazioni affettive e nelle crisi di coppia, con uomini normodotati. Non ho avuto figli anche perché mi sono dedicata molto alla carriera agonistica (tra Barcellona e Pechino ho provato a riqualificarmi per altre due Paralimpiadi, mancandole entrambe per una sola posizione!). Tutto questo perché sono stata educata a mettere la carrozzina tra parentesi.

A che età è consigliabile iniziare tennis-tavolo?

Puoi iniziare anche a 7-8 anni. A quell’età non fai propriamente tennis tavolo, ma giochi piuttosto a “ping pong”, sia perché è più motivante, sia perché allenarsi per ore al giorno con la racchetta significa crescere muscolarmente in modo asimmetrico. I ragazzi più grandi infatti fanno anche tutta una serie di esercizi per compensare la muscolatura controlaterale, cioè relativa alla parte del corpo che usano di meno durante l’allenamento.

 

Vorrei chiudere con il mio motto:

“Non è normale avere una disabilità perché toglie qualcosa ..

ma è normale fare di tutto perché l’accento non sia posto  su ciò che non c’è “

 

Di.To e Area Di.To ringraziano Patrizia Saccà

 


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