Mio fratello NON è figlio unico. Intervista a Régine Scelles

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Régine Scelles è psicologa clinica, docente di psicopatologia all’Università di Rouen e direttrice associata della scuola di dottorato HRST Rouen-Caen. Dirige inoltre la rivista Dialogue. La sua ricerca concerne la fratria in rapporto al trauma, la famiglia, le disabilità gravi e il maltrattamento tra fratelli, i dispositivi di cura e di accompagnamento. Ha partecipato alla giornata seminariale sul tema dei “siblings”: “In forma di pensiero”, a cura di Area onlus e Consorzio R.I.S.O., che si è tenuta presso la sede di Area il 15 febbraio 2014.

 

Prof.ssa Scelles, a partire dalla sua esperienza clinica e di ricerca, quali suggerimenti darebbe ai professionisti che, nel relazionarsi a una famiglia, intendono prendere in considerazione le problematiche riguardanti i siblings? 

Il primo passo da fare per i professionisti che incontrano le famiglie è pensare il bambino disabile anche come un fratello o una sorella. Mi ha colpito l’uso della parola siblings, che nell’accezione inglese indica la fratria in generale, mentre in italiano è utilizzata solo in rapporto ai fratelli “sani” e non prende in considerazione i fratelli disabili, configurandosi come un prestito linguistico che presuppone un’esclusione.

La cosa molto importante per i genitori è che loro abbiano la possibilità di “vedere” negli occhi del professionista che li sta seguendo la presenza di questo figlio disabile come fratello o come sorella; in caso contrario il rischio è che il bambino disabile rimanga sospeso tra le generazioni e non appartenga alla fratria come tutti gli altri, ma che sia qualcosa di fondamentalmente estraneo, senza una collocazione precisa. Tutto questo viene trasmesso sin dal primo colloquio, nella postura e nel modo in cui il professionista “nomina” la situazione, dando in un certo senso una definizione e un’etichetta di identità. Bisogna prestare particolare attenzione alle parole pronunciate davanti al bambino, che è capace di distinguere tra i discorsi a lui rivolti o proibiti: questi ultimi riguardano la colpa, la sessualità e la morte; Ie espressioni utilizzate per rivolgersi ai bambini trasformano l’handicap da tabù a esperienza di vita concreta.

Questo vale anche per i fratelli non disabili, i quali fanno fatica a posizionarsi nelle relazioni fraterne, tendendo a porsi maggiormente come genitori. È necessario quindi far loro presente che non appartengono al gruppo dei genitori, per accompagnarli in un percorso di consapevolezza, che li porti a pensarsi come “fratelli di”.

 

Quindi è importante considerare una fratria con un bambino disabile prima di tutto come una fratria, o una famiglia con un figlio disabile prima di tutto come una famiglia?

Esatto, è necessario partire da questo punto quando si incontrano le famiglie: quando i genitori mi dicono che hanno un problema con il figlio disabile, io gli rispondo: “Ok, lo vedremo. Prima di tutto parliamo della famiglia e di come vi relazionate tra di voi”. Inoltre, quando si incontra un bambino disabile, si incontra prima di tutto un bambino, in un secondo momento è possibile studiare e osservare ciò che la disabilità modifica e che tipo di influenza esercita sulle dinamiche famigliari.

Lo sguardo iniziale sull’“ordinario” della fratria, della famiglia e del bambino li porta a percepirsi come tali e non come una fratria disabile, una famiglia disabile, un bambino disabile.

 

In alcuni suoi testi, si riferisce alla fratria definendola come un legame elettivo ed evolutivo, come si declinano queste due dimensioni in presenza di disabilità?

Tutte le fratrie presentano due parole chiave che le definiscono: elettivo ed evolutivo.

Il primo termine si riferisce al fatto che i fratelli non si amano tutti allo stesso modo, alcuni si amano molto, altri per niente. Quando una famiglia mi dice: “I fratelli e le sorelle di mio figlio disabile lo adorano”, io penso che essere adorati da tutti nasconde il fatto di non essere amati da alcuno. Questo aspetto è molto significativo per tutte le fratrie, ma lo è ancora di più per il bambino disabile, perché quando andrà a scuola incontrerà dei compagni che non lo amano affatto e dovrà scegliere delle persone che lo proteggano, dovrà imparare a evitare i soprusi di chi non lo ama; pertanto la fratria è un legame elettivo ed è giusto che sia così. Tale elettività è importante per il bambino in quanto gli permette di sentirsi amato non per la sua disabilità, ma per ciò che è.

Il termine evolutivo, invece, può essere spiegato tramite un esempio: tutti abbiamo dei fratelli o delle sorelle con i quali non siamo andati d’accordo quando eravamo piccoli, con i quali ci siamo scontrati in adolescenza, per poi trovare un equilibrio in età adulta. Questa possibilità evolutiva è molto importante a livello psicologico perché significa che le cose si possono trasformare, non sono incise nel marmo, e l’odio fraterno, che talvolta si riscontra inizialmente, si può trasformare in qualcos’altro. Le relazioni fraterne sono evolutive nella loro essenza, perché i bambini crescono, gli atteggiamenti genitoriali cambiano e nel frattempo accadono molte cose. E’ molto importante restituire questa dimensione evolutiva ai genitori.

 

Un altro aspetto importante sul piano psichico è la differenziazione tra amico e fratello.

Sì, perché il fratello non lo scelgo, sono i genitori che hanno la responsabilità unica e non condivisibile di generarlo. In caso di disabilità questo concetto è molto importante: “Non sono io che ho scelto di avere un fratello, sono i genitori che me l’hanno dato. In più, non ho il potere di fare in modo che non sia più mio fratello, non è possibile”, infatti è un legame che non si può interrompere.

Il fratello è dunque “imposto” dai genitori, ma i bambini fanno ciò che vogliono di questo legame; si tratta del gioco generazionale: la fratria si inscrive nella generazione dei genitori, ma va a formare un’altra generazione, creata dai bambini, e questo è il primo passo verso il futuro. E’ necessario quindi che il bambino disabile possa partecipare alla creazione di questo legame fraterno, senza che la presenza dei genitori la inibisca. Infatti quando in famiglia è presente un bambino disabile, i genitori, più che nelle situazioni normali, tendono a decidere ciò che sarà delle relazioni tra i loro figli.

 

Nei suoi studi si è anche soffermata sulla differenza tra legami fraterni in presenza di un bambino nato disabile, o che lo è diventato nel corso del tempo. Perché è importante tenere in considerazione questa dimensione?

Considerare questa dimensione mi ha permesso di studiare le diverse sfaccettature del legame fraterno e di comprendere meglio quale funzione abbia il fratello nella costruzione psicologica dell’individuo. Tali studi mi hanno aiutata ad avanzare nella comprensione del ruolo del fratello disabile nella costruzione identitaria del bambino “sano” come suo fratello.

Le riporto una frase molto significativa, emersa durante un’intervista ad un fratello “sano”: “Ho male a mio fratello”, che allude alla percezione del fratello disabile come una parte di sé, che mi costituisce. Quando non ci sono problemi, questa parte è invisibile, tuttavia emerge in situazioni drammatiche, come ad esempio la morte di un fratello: alcuni bambini mi hanno confidato che questo evento gli ha permesso di scoprire che il fratello, in qualche modo, faceva parte di loro. Ricollegandomi alla frase citata, si può dire che non è “un altro” che sta male, ma piuttosto mio fratello fa vivere in me qualcosa che mi fa soffrire: è una parte costitutiva del mio sé e non qualcosa di esterno, una parte del mio sé che è dolente.

 

Come avviene il processo di consapevolezza che porta a pensarsi come “fratello di”?

Il rapporto tra IO e TU in condizione di disabilità dev’essere elaborato a lungo, affinché non avvenga da un lato la fusione con l’altro, una sorta di confusione identitaria: “Io sono disabile come lui, non mi sposerò, non lavorerò”; e dall’altro la scissione, ovvero la negazione di tale fusione: “Non ho niente a che fare con lui, non è mio fratello!”. Quest’ultima presa di posizione è in realtà impraticabile e si mette in atto al prezzo di una sofferenza enorme.

Dunque, nella creazione di questo legame tra ego ed alter, che oscilla tra i due estremi della con-fusione e della scissione, avvengono diversi processi psichici, uno dei quali può essere l’assorbimento dell’altro, ovvero il divenire disabile come lui. Si tratta di un processo di identificazione non trasformativo, attraverso il quale faccio vivere l’altro in me.

Un altro processo psichico, che può anche presentarsi insieme al precedente, consiste nella proiezione sul famigliare disabile di tutto ciò che non accetto di me: l’odio, l’aggressività e la paura per la mia vulnerabilità. La disabilità è un oggetto di proiezione facile, che permette d’incarnare ciò che non funziona nella famiglia, ma anche nella comunità e nella società più in generale.

Il terzo processo di cui vorrei parlarle è l’eliminazione dell’altro, che si concretizza nel pensare al posto di alter. Un esempio può essere dato da una mamma che dice: “Anche se lui non ha sete, io gli do da bere perché so che ne avrà”, ovvero il genitore conosce talmente bene suo figlio, che lo abita totalmente e non si rende conto che quest’ultimo potrebbe non essere ciò che pensa lui sia. Spesso quindi la persona disabile non ha possibilità di esprimersi perché in famiglia si è venuta a creare una relazione di controllo totale, che può apparire “buona”, ma in realtà nasconde uno svuotamento alienante. E’ un processo relativamente frequente nelle fratrie, perché svuotare l’altro della sua sostanza significa in qualche modo sostenerlo.

 

I bambini come riescono a gestire queste dinamiche?

Per gestire l’aggiustamento tra l’oggetto esterno, ovvero il fratello, e l’oggetto interno con il quale si identificano, ossia ciò che hanno interiorizzato dell’altro, i bambini utilizzano un processo di imitazione – differenziazione.

Le faccio un esempio, tratto da uno dei miei libri: una famiglia composta da due genitori, e tre figli, il primogenito di sette anni con paralisi cerebrale, una bambina di cinque anni e una di due anni. La secondogenita è molto maldestra, cade spesso e sbatte dappertutto; viene visitata dalla psicomotricista, che però non riscontra problemi motori e consiglia di incontrare una psicologa. Durante la prima seduta, la bambina afferma: “Per la mia sorellina non ci sono problemi, perché sa che deve diventare come me, ma io invece come devo diventare?”. Mi racconta che quando i genitori non sono in casa, per non farli preoccupare, cerca di salire le scale come il fratello, attivando quindi un processo di imitazione; alla richiesta di spiegazioni di questo comportamento risponde: “Mio fratello, nonostante la disabilità, su tre volte che io cado, lui non cade mai!”. Poi continua chiedendosi perché lei possa comportarsi come lui e poi ritornare a essere se stessa, mentre il fratello non può fare altrettanto. Durante l’incontro successivo narra un sogno ad occhi aperti, nel quale i genitori riescono a trovare un chirurgo disposto ad aprire il ventre del fratello; per lei è importante capire se il problema del fratello si trovi dentro o fuori di lui. Tutto questo corrisponde ad una domanda che vive dentro di sé: la bambina deve sapere chi è il fratello, dove si trova il danno e chi può diventare per sapere chi è lei. I processi di identificazione e contro-identificazione sono importanti per la definizione della propria identità.

Tutto il vissuto della bambina riguarda la filiazione: “Se io e lui siamo simili, ma il dentro e il fuori sono così diversi, allora come possiamo essere effettivamente fratelli?”, “E se il nostro interno è uguale, in quanto il chirurgo ha dimostrato che è così, allora forse un giorno anche il fuori sarà uguale. E se invece non lo sarà, perché?”. Per i bambini queste domande sono esistenziali, perché la risposta condizionerà la loro capacità di apprendimento e la formazione del senso d’identità. Da qui l’importanza del gruppo come luogo in cui possono confrontarsi, perché anche se non avranno mai una risposta alle loro domande, è fondamentale che sappiano di avere il diritto di porle e di essere ascoltati. Le domande sui fratelli disabili cambiano a seconda della fase del ciclo di vita in cui si trova il bambino: nella maggior parte dei casi i siblings non sanno esattamente cos’abbia il fratello, ma capiscono che qualcosa non va. Questo vissuto può essere traumatico, ma nella sua dimensione di enigma e sfida alla comprensione, può portare allo sviluppo di capacità di ricerca e indagine. Il problema resta sempre il potersi porre la domanda.

 

Che tipo di aiuto possono dare i professionisti alla famiglia?

In primo luogo è importante sostenere i genitori, lasciare loro del tempo, confortarli sul fatto che possono essere genitori di quella fratria “indipendentemente da”, spiegando come a priori i figli non abbiano bisogno dello psicologo. E’ possibile che ne avranno bisogno come tutti gli altri bambini, e non di più. Dire a priori che è necessario l’intervento di uno psicologo, significa metterli nella posizione di credere che non saranno in grado di svolgere la funzione genitoriale.

I professionisti devono inoltre aiutare le famiglie a recuperare gli aspetti positivi e negativi dell’esperienza tra fratelli, perché i bambini formano prima di tutto una fratria, la disabilità non è che uno degli elementi esplicativi del loro legame. Anche il professionista deve cercare di non cadere nell’errore di interpretare il legame fraterno solo alla luce dell’handicap; è importante quindi che riceva una formazione specifica, affinché impari a parlare “a” ma anche “con” i bambini della patologia e delle sue conseguenze. Solitamente infatti si parla con i genitori davanti ai bambini, ma non si dialoga sufficientemente con questi ultimi. Devo aggiungere che non è cosa semplice, ma è allo stesso tempo molto gratificante, perché la disabilità vista dagli occhi di un bambino non corrisponde all’immagine della disabilità che hanno gli adulti: i bambini hanno capacità immaginative in grado di trasformare una situazione grave e triste in qualcosa di più “leggero” e familiare. Quindi, quando le famiglie riescono a sorridere alla disabilità e a parlare delle difficoltà in modo spiritoso, è avvenuto un cambiamento significativo non solo per l’operatore, ma anche per la famiglia stessa e per il figlio disabile.

 

Quali sono, secondo lei, le prospettive di intervento e di ricerca sulle quali ci si dovrebbe concentrare?

Prima di tutto, conosciamo le conseguenze dell’annuncio della disabilità sui genitori, ma sappiamo poco o nulla degli effetti di tale annuncio sui fratelli. E’ molto importante prendere in considerazione la posizione soggettiva dei siblings che vengono a trovarsi in questa situazione, soprattutto per capire in che modo mettano in atto il processo di costruzione psichica della realtà in riferimento al deficit e alle sue conseguenze. Sto lavorando in questa direzione, sia con gruppi di fratelli/sorelle, sia con la mediazione culturale del libro per bambini, grazie al quale è possibile esplorare le rappresentazioni che i bambini hanno della disabilità.

 

Grazie da Area e da Di.To a Regine Scélles.


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