Un cammino per aumentare la tolleranza e la comprensione: intervista ad Anna Maria Rastello.

Anna Maria Rastello è l’organizzatrice della seconda edizione de: “Il cammino di Marcella”, un cammino non stop di 24 ore, patrocinato dalla Città Metropolitana di Torino e finalizzato a cambiare lo sguardo sulla disabilità e a realizzare un brainstorming sui temi dell’identità e dei diritti dell’uomo. La prima edizione del Cammino, finanziata dalla Regione Piemonte, si è svolta nel 2011, con un percorso ad anello di 21 tappe che è partito ed è arrivato a Torino, dopo aver percorso 578 km in Piemonte, tra incontri pubblici con adulti e ragazzi dei Centri Estivi. Una mostra fotografica – https://www.facebook.com/events/526855134056869/ - illustra i momenti più significativi di questo primo viaggio a piedi, alla ricerca di percorsi accessibili e barriere architettoniche, che è stato replicato il 2 e il 3 dicembre 2015 a Torino. Il Cammino di Marcella 24/24, che sarà ripetuto anche in altre città  (vedi il sito http://www.camminodimarcella.movimentolento.it, ha fatto tappa ad Area, dove Anna Maria ha condiviso la sua esperienza.

 

Per iniziare, le chiedo di raccontare com’è nata l’iniziativa: “Il cammino di Marcella”, quali scopi si prefigge e quali città saranno coinvolte.

Il cammino di Marcella trova le sue radici in una promessa da me urlata in una notte di primavera, quando, a causa di un colpo di sonno, persi il controllo dell’automobile su cui viaggiavo con la mia famiglia e Marcella, una figlia, fu risucchiata dal buio in fondo a un viadotto. Quando la ritrovarono la diagnosi fu “tetraparesi spastica”. A distanza di anni e di esperienze nel 2011 decisi di tener fede alla promessa e organizzai un cammino di 1600 chilometri che unì i paesi e le città da Sarzana (SP) e Col du Somport (sui Pirenei, al confine franco spagnolo), passando per Lourdes, in una personale indagine su come cambiare lo sguardo sulla disabilità praticando attività artistiche e sportive.

Da allora continuo a camminare per provare a dare risalto a tutte le esperienze, anche piccole, che realizzano iniziative a portata di disabile.

In particolare da qualche tempo sto realizzando Il Cammino di Marcella 24h/24, ossia un brain storming in cammino per conoscere e far conoscere la realtà di coloro che hanno caratteristiche che rendono la vita più complessa: conoscere per comprendere, comprendere per facilitare!

Molte le città in cui sono previsti i prossimi appuntamenti della 24h/24: Roma, Bracciano, Vicopisano, Milano, Novara, Arezzo e numerose altre, invitata e aiutata nell’organizzazione da tanti amici volenterosi.

 

Quali associazioni ha incontrato nel suo cammino?

Associazioni di ogni genere: ho scoperto un’infinità di iniziative compiute sia da realtà nate con lo scopo precipuo di svolgere attività ‘con’ i disabili (talvolta ‘per’ i disabili, ma è una preposizione poco inclusiva), sia di realtà nate per svolgere attività sportive o artistiche o culturali per ‘normodotati’ e che si sono trovate, in seguito a una richiesta particolare, a realizzare progetti per persone con caratteristiche ed esigenze meno usuali.

 

Su quali temi si sono concentrati i suoi incontri? Me ne racconti uno particolarmente suggestivo.

Il focus su cui concentro questa piccola inchiesta “fatta con i piedi” è arte e sport come attività che completano la vita quotidiana di una persona con disabilità e che permettono di superare l’handicap (non la caratteristica personale, che è oggettiva).

Passeggiando a Torino nella notte della 24h/24 il papà di una ragazzina diabetica ci ha aperto gli occhi su quanto può essere complesso relazionarsi con professori e compagni di classe persino quando si ha una patologia diffusa e conosciuta come questa.

 

Passiamo ora alla sua esperienza biografica: lei è mamma biologica di una donna disabile motoria ed è stata a lungo affidataria di due bambini con disabilità intellettiva e psico-relazionale. Quali differenze ha notato nello sguardo dell’altro nei confronti delle due condizioni?

La differenza fa sempre diffidenza. E la diffidenza può creare indifferenza oppure timore. Quindi, spesso, istintivamente, le persone si ritraggono.

Se però si supera questo primo momento i comportamenti si diversificano.

Nei confronti della disabilità motoria le persone sono spinte alla pietà: “poverina” e l’esclamazione che si sente più spesso.

Se invece ci si deve rapportare con chi ha una disabilità intellettiva istintivamente si è inclini a trattarlo da bimbo piccino: la mia ragazzina rispondeva a queste attenzioni esclamando “Non sono mica scema!”

Differente il discorso sulla disabilità psico-relazionale. Fino a che ci si trova di fronte un bimbo lo si cataloga come “maleducato”, colpevolizzando i genitori, incapaci di arginare le ansie e i fantasmi del piccolo. Ma quando cresce prevale il timore (forse risveglia un mondo che abbiamo dentro) e allora si tenta di allontanarlo, di recintarlo, di sedarlo.

 

Quale delle due, secondo lei, risente maggiormente di pregiudizi e stereotipi, o meglio quale delle due è maggiormente oggetto di stigma?

Stigma differente, ma sempre stigma. Si tende a non percepire la persona, ma a vedere principalmente la sua caratteristica.

E quando lo si vuole trattare “normalmente” si cerca di dimenticare la sua disabilità. “La sua sedia a rotelle è trasparente!” mi dicevano talvolta le insegnanti, e poi le somministravano test a cui rispondere in pochi secondi, non tenendo conto delle sue gravissime difficoltà nel muovere mani e braccia.

D’altra parte l’eccesso di protezione non permette uno sviluppo armonico della persona e, di conseguenza, segna ancor più l’individuo.

Personalmente credo che il pregiudizio peggiore sia quello che identifica il disabile come un “problema” a cui trovare una soluzione e non come una “risorsa” che può dare il proprio contributo alla società.

Mi piace qui ricordare Rossana Benzi, vissuta per quasi 30 anni in un polmone d’acciaio, ma punto di riferimento per tanti e per tante battaglie contro l’emarginazione sociale.

 

Dal suo punto di vista, perché la disabilità fisica o psichica continua ad essere associata allo stigma?

Perché il nostro pensiero moderno appoggia su archetipi complessi, difficili da cancellare: Kalos kai Agathos, dicevano i greci, ossia ciò che è bello, preciso, giusto, è anche buono.

Perché c’è il timore di non sapersi comportare “correttamente” con chi è diverso da noi.

Perché ci si fa poco prossimi agli altri; per mancanza di tempo e per mancanza di cuore non sempre si è disposti a conoscere l’altro e a rispettarlo.

Perché la società è complessa e, per semplificare, si incasella il prossimo sotto etichette precostituite e ci si rapporta con lui a seconda dell’etichetta che gli abbiamo applicato.

Perché talvolta ci si dimentica il significato del termine “dignità”.

Perché si ha paura che il diritto dell’altro tolga qualcosa ai nostri diritti.

 

Cosa si può fare concretamente, secondo lei, per ridurre la percezione di alterità associata alla disabilità?

Esserci, ovunque, semplicemente, contaminando anche solo con la normale presenza coloro che non sono toccati dalla disabilità.

A questo proposito mi piace ricordare l’aneddoto raccontatomi da Francesca Porcellato, atleta e campionessa paralimpica. Nel 1988 era con la Squadra Nazionale all’aeroporto in attesa della partenza verso le paralimpiadi di Seul. Una persona si avvicinò e chiese: “Dove state andando?”. Lei rispose: “A Seul.” “E che santuario c’è a Seul?” ribatté la persona curiosa, dando per scontato che se tanti disabili stavano viaggiando erano certamente diretti verso un luogo di culto, per domandare la grazia. Ma nel 2008, alla partenza per Pechino, ugualmente attirarono l’attenzione, ma di tifosi che chiedevano l’autografo e il calendario delle gare.

 

Grazie da Area e da Di.To ad Anna Maria Rastello.


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