Handicap, humour e letteratura: intervista a Marie-Aude Murail

Marie-Aude Murail è una scrittrice francese amatissima dal pubblico dei lettori più giovani. Nata a Le Havre nel 1954, è cresciuta in una famiglia di letterati (padre poeta, madre giornalista, fratello e sorella famosi scrittori). In Francia, in vent’anni, ha pubblicato più di settanta titoli tra racconti, novelle, opere teatrali, romanzi d’amore, d’avventura, fantastici e polizieschi, in buona parte tradotti in Italia. Tra questi spicca Mio fratello Simple, esilarante e commovente romanzo dedicato alle avventure di un ragazzo con ritardo mentale.

 

I suoi libri sono spesso caratterizzati da tematiche forti e talvolta coperte da tabù. Da cosa nasce questa scelta?
La scelta nasce da due ragioni La prima è che non mi piace parlare senza aver nulla da dire, cosa che mi rende una persona piuttosto silenziosa nella vita quotidiana. La seconda è che ho bisogno di una forte motivazione per scrivere. La grossa quantità di cose scritte e pubblicate mi deprime! Perché ingrossare questa marea che sommerge ogni anno le librerie? Per superare questa specie di scoraggiamento devo trovare un personaggio con il quale io abbia molta voglia di identificarmi (e in questo caso, sarà un personaggio marginale) o una tematica sulla quale mi paia importante, vitale,  urgente, dire qualcosa ai giovani (e in questo caso, sarà quasi sempre un tema scomodo o serio).

Quale percorso di avvicinamento, approfondimento e conoscenza deve compiere uno scrittore per arrivare a rendere in maniera così veritiera la realtà dell’handicap?
Qualunque sia il tema che affronto, mi domando in cosa mi riguardi e in quale maniera abbia a che fare con la mia vita. Se non mi tange in alcun modo, allora, con che diritto posso parlare di ritardo mentale, di omosessualità, di xenofobia, o di aborto? Certo, mi posso documentare e, d’altronde, è ciò che normalmente faccio. Ma è solo quando so in che maniera sono implicata che trovo le parole giuste e che posso incarnarle nei personaggi ai quali, in un modo o nell’altro, attribuirò una parte di me. Simple porta il mio cognome in disordine, essendo Maluri l’anagramma di Murail. Quando ho terminato la mia tesi alla Sorbona sull’adattamento dei romanzi classici per il pubblico infantile, ho detto: « Non vedo alcun inconveniente nel passare per una persona con ritardo. Ritardo nell’infanzia ». Simple è eternamente un bambino, in questo mi tocca. Identificarmi con lui mi è stato perciò molto… semplice.

Pensa che un libro come Simple  possa risultare utile per promuovere l’integrazione e l’attenzione all’handicap, sia in seguito a una lettura individuale sia in seguito a una lettura e un lavoro collettivi? Perché e in che maniera?
Ammetto di non aver scritto questo romanzo con un’intenzione sociale. Mi sono detta che mi sarei divertita con Simple, signor Migliotiglio e tutti i coinquilini del romanzo. Ero felice mentre scrivevo. E, in effetti, i lettori provano la stessa cosa, si divertono in compagnia del mio « idiota », diventerebbero volentieri suoi fratelli o suoi compagni. Mi dicono a volte che questo romanzo ha cambiato il loro sguardo sull’handicap e so che molti professori trattano il problema dell’integrazione sociale delle persone disabili appoggiandosi a questo libro o al telefilm che ne è stato tratto. Del resto, quando il telefilm è stato trasmesso in una fascia oraria dai grandi ascolti, è stato seguito da un programma molto bello nel quale disabili e genitori di disabili testimoniavano e raccontavano la loro vita.

In che modo il ricorso all’ humour può contribuire a trattare temi delicati come quello dell’handicap?
L’umorismo è un modo di guardare al mondo e un modo di vivere e, personalmente, mi è utile sia in quanto scrittrice sia in quanto madre. In Mio fratello Simple, l’umorismo permette di prendere in simpatia il protagonista mentre di solito qualsiasi voglia forma di differenza tende a fare a paura, tanto più ad un’età in cui si cerca fortemente di rientrare nella norma. Il film Quasi amici, che ha superato i tredici milioni di spettatori in Francia, mette in scena un uomo tetraplegico e il ragazzo che se ne occupa. Non c’è alcuna melensaggine in questo film, non c’è il minimo accenno alla pietà, il pubblico ride e esce di buon umore. Come dice  Romain Gary, che io cito nell’introduzione di Oh, boy!: « L’umorismo è una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli accade».

Che tipo di reazioni ha suscitato Simple con la sua forza dissacrante e spesso al di sopra del politically correct? Ha avuto dei feedback da persone colpite da handicap o dai loro familiari?
Ho assistito alla prima del telefilm tratto dal mio romanzo in compagnia di giovani affetti da sindrome di Down e delle loro famiglie. Mi ricordo di una ragazza che durante la proiezione mi ha detto di essere contenta di questo sguardo positivo rivolto a Simple perché è qualcosa di formidabile e spesso molto divertente, il fatto di avere un fratello o una sorella Down… è proprio quello che ho voluto trasmettere con Mio Fratello Simple: il mio protagonista non è solo un fardello per coloro che lo circondano, ma può essere per loro anche un’occasione. Simple fa capire a Aria che ama Enzo, a suo fratello Kléber che è fatto per Zahra, rimette in riga la signora Sossio e le sue certezze, l’istituto e la sua disumanizzazione. La vita con Simple è complicata ma guadagna in verità.

Nei miei romanzi, che sono classificati per ragazzi ma che sono di fatto letti e condivisi in famiglia, cerco di scardinare questa società che mette i bambini a scuola, gli anziani alla rottamazione, gli adulti a lavoro, i Simple negli istituti e, come nel bel titolo del romanzo di Anna Gavalda, cerco di farli vivere «Insieme, e basta »…

 

Grazie da Area Onlus e da Di.To a Marie-Aude Murail.


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