Narrative medicine: intervista ad Alessia Tucci

Alessia Tucci si è laureata a Bologna e ha proseguito gli studi universitari post laurea in Psychological Coaching in Gran Bretagna, interessandosi al Narrative Coaching e alla Narrative Medicine. Studiosa dello psicoanalista e medico D.W. Winnicott usa nelle sue sessioni di coaching individuale e di gruppo tecniche creative quali expressive writing, gioco e role play. Coordina progetti di Narrative Medicine e di Umanizzazione delle cure per la sanità pubblica e percorsi creativi per la gestione del disagio psico-sociale ed emotivo nei bambini e nei ragazzi.

 

Ci può spiegare in che cosa consiste il suo lavoro e tracciare brevemente il suo percorso professionale?

Il mio lavoro è quello di Coach e Formatrice, il coaching è un percorso di supporto alla persona molto diffuso nei paesi anglosassoni e ancora all’inizio qui in Italia. Attraverso un processo stimolante e creativo aiuta a far emergere le potenzialità individuali e professionali o a far superare eventuali difficoltà, supportando la capacità di trovare in se stessi soluzioni adeguate.
Può essere fondamentale quando si attraversano momenti difficili come un divorzio, un cambiamento di lavoro particolarmente impegnativo, una malattia, un ruolo professionale coinvolgente che richiede nuove risorse, una fase complessa nella vita familiare o relazionale.
Lavoro per diverse organizzazioni, private e pubbliche e mi occupo di percorsi formativi e di coaching anche per la sanità, operando a stretto contatto con medici, infermieri e professionisti sanitari. Mentre la formazione coinvolge un gruppo, il coaching è un incontro a due fra il coach e il suo cliente, non va confuso con la psicoterapia, è un percorso breve, si attua con persone senza particolari problemi psicologici che però attraversano una fase in cui necessitano di sostegno, stimolo, appoggio. È inoltre indirizzato a obiettivi definiti e concreti.
L’approccio che adotto è quello del Narrative Coaching, un coaching che si focalizza sulla storia individuale dei clienti e dei pazienti, utilizzo spesso nelle mie sessioni tecniche di Scrittura Espressiva che aiutano a elaborare temi complessi e a comprendere le vicende che accadono da differenti punti di vista, trovando quindi soluzioni creative e inaspettate. Con i bambini e gli adolescenti applico anche altri strumenti come ad esempio il gioco, il disegno e il role play espressivo.

Ci aiuti innanzitutto a orientarci tra tanti termini oscuri ai profani e innanzitutto ci “racconti” cos’è la Narrative Medicine. L’unica cosa che balza agli occhi anche dal suo percorso professionale è che è molto utilizzata all’estero, mentre in Italia è un intervento di nicchia, probabilmente praticato in poche “isole felici”.

La Narrative Medicine è un approccio alla comunicazione e alla formazione sanitaria che valorizza l’apporto del sapere narrativo in medicina. All’estero ci sono dipartimenti di Università prestigiose che si occupano di Narrative Medicine, penso al Dipartimento di Narrative Medicine diretto da Rita Charon alla Columbia University di New York o a quello diretto da Brian Hurtwitz al King’s College di Londra. Sono recenti ma nascono da una tradizione antica: l’ascolto e la parola applicati alla medicina. Negli ultimi decenni la pratica medica occidentale si è focalizzata prevalentemente su dinamiche e obiettivi tecnico-scientifici, perdendo purtroppo la capacità di ascolto, di comprensione e aggiungo una parola fuori moda che io amo molto, perdendo la compassione. I pazienti si sentono a volte poco capiti, si sentono trattati come numeri, come anonimi casi clinici e chiedono giustamente il diritto alla propria identità, alla propria verità, alla propria storia.

I medici e i professionisti sanitari possono a volte non essere preparati per una buona comunicazione o un buon colloquio ma sono spesso persone splendide animate da grande passione per il proprio lavoro e da notevole competenza tecnica. Ciò che cerco di fare è di favorire una migliore comunicazione e un migliore approccio al paziente attraverso la Narrative Medicine.

In Italia sto coordinando un bel progetto sperimentale per la ASL 3 dell’Umbria all’interno del reparto di Neurologia e Riabilitazione e dell’Ospedale di Riabilitazione, insieme al primario, il dottor Mauro Zampolini e al responsabile del dipartimento di Formazione, il dottor Paolo Trenta. Cerchiamo di integrare la Narrative Medicine con la classificazione internazionale delle forme di disabilità la ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, di attuare quindi un’integrazione fra un modello biomedico e un approccio psicosociale, quello della Narrative Medicine appunto.

Come si svolge un incontro o una seduta di Narrative Medicine? Una seduta di Narrative Medicine può avvenire in ospedale, dallo specialista o dal medico di famiglia?

Il paziente racconta il suo problema, il sintomo e viene aiutato a ricostruire la storia di quell’evento, a inserirlo in un contesto familiare e conosciuto, a comprenderlo attraverso un linguaggio semplice e familiare, non il “medichese” a cui siamo abituati, linguaggio tecnico-scientifico impossibile da decifrare per chiunque non faccia lo stesso mestiere e che spesso spaventa e distanzia i pazienti e i loro familiari. Durante l’incontro vengono accolte anche le paure e le ansie emotive del paziente e dei suoi cari che si sentono così compresi e sostenuti. È una seduta in cui il sapere del paziente viene valorizzato e integrato al sapere biomedico del dottore e del professionista sanitario. Ciò facilita una migliore diagnosi, un migliore approccio al sintomo, al corpo che duole e una collaborazione più serena alla terapia.

Molto di più del semplice sfogo emotivo del paziente che soffre, dunque, ma un’attenta rielaborazione e ricostruzione/co-costruzione dell’esperienza. E già si sa che questo fa bene.

Esatto. Uno dei termini chiave della Narrative Medicine è proprio questo: co-costruzione. Sembra una parola difficile ma vuol dire semplicemente costruire insieme, creare insieme una storia e un progetto terapeutico che funzionino per entrambi, per il medico con il suo approccio teorico biomedico e per il paziente, di modo che quest’ultimo non si senta smarrito e che entrambi collaborino alla ricerca della migliore soluzione possibile. Ciò che per il professionista sanitario è infatti un caso fra tanti, cioè la malattia, per il paziente è spesso la crisi di una vita, una fase di totale smarrimento in cui le dimensioni conosciute abituali perdono all’improvviso senso e la strada consueta sembra irrimediabilmente persa. Può sembrare privo di  significato se si pensa a un raffreddore, a un mal di denti, a qualcosa da curare e guarire in modo veloce e definitivo. Nel caso di malattie croniche che richiedono un lungo tempo di cura, una forte collaborazione del paziente alla terapia, a volte l’apporto dei familiari che svolgono una funzione fondamentale sia in senso fisico che emotivo, oppure di patologie complesse in cui la guarigione non e’ a portata di mano, in cui viene richiesta l’accettazione di una realtà difficile, allora si capisce che la Narrative Medicine può svolgere un ruolo importantissimo.

Mi pare che un punto chiave della Narrative Medicine sia la capacità di ascolto di chi si avvicina al paziente, capacità che probabilmente è acquisita nella professionalità degli psicologi, ma tutt’altro che consueta per i medici. Colpisce il tempo medio inferiore ai 18 secondi che, secondo alcune statistiche, un sanitario “consente” al suo interlocutore prima di interromperlo per imporre il suo ritmo, la propria impostazione e la personale visione della situazione.

Ritengo che 18 secondi siano un tempo davvero insufficiente per un ascolto adeguato. Credo anche però che con il giusto allenamento, con la pazienza e ovviamente con la disponibilità si possa imparare e sia possibile acquisire una grande capacità di ascolto. La medicina deve solo attingere alla propria storia, alla propria sapienza e re-imparare ciò che è stato smarrito lungo la via. Faccio solo un nome, Balint, grandissimo il suo contributo alla medicina anche come, ovviamente non solo, parola e ascolto.

Verrebbe da pensare, ragionando con la mentalità medica che “non tutti siano in grado di partecipare” ma che il beneficio di una tecnica di questo tipo sia riservata a un paziente dotato di una particolare sensibilità, una certa preparazione o una specifica attitudine. Oppure che la Narrative Medicine sia applicabile solo a certe condizioni patologiche, più o meno gravi, più o meno acute o croniche. Probabilmente lei smentirà tutte queste ipotesi limitanti in modo assolutamente convincente.

La Narrative Medicine è per tutti e credo che trovi nelle strutture sanitarie pubbliche uno straordinario e fertile terreno. Ha costi contenuti, aiuta l’azienda pubblica a risparmiare nel lungo periodo e risponde alle istanze del servizio sanitario nazionale, accogliere tutti, curare tutti nel miglior modo possibile, offrendo il miglior servizio disponibile con rispetto, attenzione e cura. Ciò che la Narrative Medicine richiede è l’attitudine e la sensibilità non nel paziente, ma nel professionista sanitario che la usa, e che sa quindi come “adoperarla” a seconda dei momenti e dei pazienti, rispettandone le differenze culturali, di scolarizzazione, di genere, di censo, di competenza linguistica. Offrendo a tutti, indistintamente, la migliore cura possibile.

Ampio spazio e possibilità dunque a grandi e piccini?

Sì, certo, esattamente a grandi e piccini. Includo sempre, quando parlo di paziente, di pazienti, anche i familiari perché ritengo che non ci sia progetto terapeutico efficace che esclude o si dimentica di includere il sistema familiare e relazionale in cui il soggetto vive. La comunità di affetti, linguaggio, valori, emozioni che circondano il paziente, la paziente, la bimba, il bimbo.

E nell’ambito dell’handicap? Può coinvolgere la persona o l’intera famiglia?

Nell’ambito dell’handicap la Narrative Medicine coinvolge l’intera famiglia che è spinta a un percorso di profonda e creativa riflessione, alla ricostruzione di una nuova, ricca e tenera storia familiare.

Qualche commento un po’ più personale. Questa forma di intervento sembra particolarmente congeniale a una persona come lei, scrittrice e psychological coach. Qual è la sua più grande soddisfazione e quale l’aspetto più deludente, se c’è, nella pratica della Narrative Medicine?

Quando sentii parlare per la prima volta di Narrative Medicine, diversi anni fa, capii fin dal primo istante che si trattava di una strada innovativa e piena di possibilità. In più ero già una docente per la sanità pubblica e una scrittrice, coinvolgere entrambe le aree in un unico ambito mi apparve da subito come una scelta affascinante.
La più grande soddisfazione è pensare che dal mio lavoro possono nascere conseguenze concrete per la vita delle pazienti, dei pazienti e delle loro famiglie. Incontro molti medici e professionisti sanitari; loro, a loro volta, incontrano tantissimi pazienti, da un mio gesto, da una parola detta nel modo giusto, da un buon training, possono scaturire soluzioni concrete per persone che non vedrò mai, ma che mi sono in qualche modo vicine. È molto bello.

Le delusioni nella pratica della Narrative Medicine, capitano per lo più quando incontro persone che pensano ancora in modo “vecchio”, che ritengono che la voce del paziente non conti, che la Medicina sia solo dimensione tecnico-scientifica o meramente meccanica, che un bravo professionista sanitario possa permettersi di essere brusco, di parlare al cellulare mentre visita, di non considerare lo smarrimento dei familiari che lo cercano in attesa di una risposta o una speranza.

Ma al sanitario “medio”, abituato alla pratica della professione secondo schemi tradizionali, quale cambiamento è richiesto e quale specifica preparazione?

Fra i professionisti sanitari ci sono grandi competenze e sensibilità. Il mio lavoro consiste nell’allenarli attraverso la Narrative Medicine. Utilizziamo il linguaggio, la lettura, la scrittura, la riflessione, simuliamo colloqui clinici, li commentiamo insieme, raccontiamo emozioni, casi clinici difficili, sveliamo le nostre emozioni e quelle che trasmettono i pazienti. Entriamo nella Medicina attraverso la dimensione umanistica. O scopriamo nella Medicina quella componente umanistica rimasta nell’ombra per tanto, troppo tempo.  Sicuramente è richiesto un grande cambiamento in termini di ascolto, va valorizzato ciò che io chiamo un ascolto “curioso e attivo”, l’interesse per l’altro ovvero il paziente che siede di fronte, la sua vita, la sua persona. C’è bisogno di intelligenza, e di disponibilità del “cuore”, di voglia di cambiare.  Con questi fattori siamo già a metà strada e l’allenamento può cominciare.

È pesante condividere in modo pieno e coinvolgente tante esperienze? La compilazione di una cartella clinica con dati oggettivi o dati misurabili logora meno? Oppure è la Narrative Medicine che allena emotivamente il medico e di fatto alleggerisce il peso del suo operare?

L’approccio tecnico-scientifico sembra inizialmente all’operatore sanitario più facile, meno coinvolgente e più “pulito”. In verità sappiamo tutti che non è così. I medici e i fisioterapisti che incontro hanno grandi bagagli di emozioni e dolori che non riescono a elaborare e che spesso nascondono sotto il letto per poi scoprire che stanno per esserne travolti o che questi sono entrati nelle loro vite personali. La Narrative Medicine aiuta i professionisti sanitari a toccare le emozioni con cura e sensibilità senza rischiare di esserne sopraffatti ma rispettando la propria vita e quella degli altri.
Per quanto mi riguarda, certamente tante esperienze possono essere molto coinvolgenti e complesse. Entro in punta di piedi e rispettosamente nelle vite di tante persone, dei medici, degli infermieri, dei fisioterapisti, dei pazienti e dei loro familiari. Porto tante storie dentro di me, dolori, gioie, avventure, paure e tante persone: padri, madri, nonni, fratelli, sorelle. Cerco di dare alle emozioni un linguaggio e spero che dal mio lavoro possano nascere cambiamenti, che domani un medico, un’infermeria diranno le stesse cose in un modo diverso, che guarderanno un paziente con calma, che sapranno accoglierne le paure, le ansie, le tenerezze. E che questo aiuti la speranza, il miglioramento e la guarigione. Questi obiettivi mi aiutano sicuramente a alleggerire il peso del mio lavoro che talvolta può essere notevole.


Grazie da AREA ad Alessia Tucci.

Chi voglia contattarla può utilizzare l’indirizzo mail: alessia.tucci@gmail.com


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