Si può e si deve reagire ai momenti difficili: intervista a Piergiorgio Maggiorotti

Piergiorgio Maggiorotti ha per anni ricoperto incarichi di responsabilità nella ASL 1 in ambito di educazione sanitaria, servizi alle persone con disabilità, attività consultoriale e pediatrica. Attualmente è presidente pro tempore della FISH-Piemonte (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, www.fishonlus.it).

 

La carenza ormai strutturale di risorse economiche e le ulteriori strette degli ultimi provvedimenti allarmano anche per le conseguenze che potrebbero avere sulle disponibilità per l’assistenza e i servizi e ai disabili. Cosa c’è di vero o di sicuro ad oggi?
E’ presto per valutare con precisione e in dettaglio le ricadute che la manovra avrà sulle persone disabili e, specie se minori, sulle loro famiglie, ma c’è da aspettarsi una riduzione piuttosto drastica delle risorse con effetti sull’organizzazione dei servizi.
Per esempio, la manovra estiva diventata poi una prima volta legge, la n. 111 del 15 luglio e poi modificata con il decreto legge n. 138 del 13 agosto 2011 prevede una serie di misure molto preoccupanti. Prevede tagli severi dei bilanci di Regioni, Province e Comuni nell’ottica del patto di stabilità tra stato ed enti locali, cioè nel rispetto di un insieme di regole che impedisce a questi ultimi di gestire i propri bilanci oltre certi limiti.
Tutto questo qualora entro il 30 settembre 2012 – recita la legge −  non siano adottati con la legge delega di riforma fiscale e assistenziale provvedimenti legislativi che riordinino la spesa in materia sociale tali da determinare effetti positivi non inferiori a 4.000 milioni di euro per l’anno 2012 e 20.000 per quelli successivi.

 

Ma pare di capire che il risultato finale, sarà sempre il risultato di una sottrazione.
Effettivamente, che siano tagli diretti, o che siano riduzioni sulle agevolazioni fiscali, agendo sulle detrazioni (cioè le agevolazioni fiscali che riducono l’imposta, per esempio la detrazione del 19% sulle spese mediche o sui trasporti con ambulanza) o sulle deduzioni (che agiscono invece sul reddito imponibile, come per es. quelle per i contributi previdenziali e assistenziali versati per colf o badanti), il risultato finale sarà comunque lo stesso: minore disponibilità.

Per l’esattezza la diminuzione sarà pari al 5% dal 2012 e al 20% dal  2013.

Se nel 2011 ho detratto 1000 euro per l’acquisto di un’auto, il prossimo anno potrò detrarre 950 euro, e 800 euro nel 2013. La differenza, su una pluralità di spese (eliminazione di barriere architettoniche in casa, adattamento di un’auto, spese mediche, figli a carico, mutuo, detrazione da lavoro dipendente…) può diventare un cifra  di importante, soprattutto per una famiglia.

La deduzione invece, agendo sull’imponibile, può far rientrare una famiglia che ha molte spese per l’assistenza (colf, badante) in uno scaglione IRPEF più basso. Se le deduzioni verranno abbassate del 20%, le famiglie che perderanno questo beneficio finiranno per pagare nel 2013 addirittura molte più tasse di quest’anno.
In un periodo di crisi ci si potevano aspettare misure meno penalizzanti per chi già ha maggiori spese a priori, come le famiglie con un componente disabile.
Le voci di spesa che più ne risentiranno saranno probabilmente i trasporti, l’assistenza sociale e sanitaria, oltre che la qualità complessiva dei servizi.

 

Questo per i criteri seguiti nell’operazione di sottrazione?
In buona parte sì. Per esempio, ritornando alle legge delega sulla quale si attende una decisione del governo, è prevedibile che sarà restrittiva e che uno dei suoi più grossi limiti sarà quello di non tenere conto dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), ma di agire sulla spesa tout court. Si intravede anche che alzerà i livelli degli indicatori di bisogno e modificherà il calcolo degli indicatori di situazione economica (ISEE).

 

Un quadro piuttosto cupo, di cui forse non c’è piena consapevolezza
Le famiglie non immaginano ancora cosa le aspetta, anche perché non sono sufficientemente informate. E questo è un grosso problema.
Le famiglie, e anche le associazioni di volontariato, devono conoscere un altro elemento nuovo e preoccupante della bozza di legge delega, che cita come suo obiettivo “la promozione dell’offerta sussidiaria di servizi da parte delle famiglie e delle organizzazioni con finalità sociali”. Si tratta di un clamoroso passo indietro dalla garanzia alla tutela delle situazioni di disabilità da parte delle istituzioni al ricorso alla beneficienza.

 

Ma informare e dare voce alle famiglie è un tipico compito delle associazioni?
Senz’altro, ma non è così facile diffondere le iniziative, il mondo del volontariato è molto frammentato. Questo nasce da un insieme di caratteristiche delle iniziative messe in atto nell’ambito della disabilità: una grande varietà di problemi e di bisogni, una relativa sfiducia nei confronti delle grandi e medie organizzazioni, una tendenza all’iniziativa individuale, spesso sulla spinta di un’esperienza personale con una forte componente emotiva.

 

Ma ci sono anche associazioni storiche e di riferimento?
A livello nazionale ci sono due associazioni storiche e di riferimento, quelle che poi di fatto vengono interpellate dalle istituzioni e che quindi hanno un certo peso. Sono, potremmo dire associazioni di associazioni, ciascuna con commissioni o uffici decentrati regionali o provinciali. Si tratta della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle persone con disabilità, www.anmic.it/Fand.aspx) e della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Entrambe si sono costituite nel 1994
In Piemonte ci sono poi il la Fondazione di promozione sociale (di cui è componente il Coordinamento Sanità e Assistenza) e la CPD (Consulta Persone in difficoltà). Un buon obiettivo sarebbe che almeno i coordinamenti di queste associazioni collaborassero tra di loro.

 

Qualche iniziativa recente o in atto che sarebbe utile diffondere anche attraverso il nostro sito?
Il CSA ha attivato una petizione che pur non avendo direttamente per oggetto le questioni di cui ho parlato prima, vi è strettamente legata. La petizione riguarda il fatto che attualmente non vengono garantiti alle persone non autosufficienti diritti già esigibili in virtù dei LEA, sanciti dal decreto del 29 novembre 2001. Secondo i LEA sono a carico delle Aziende Sanitarie Locali (ASL) alcune prestazioni socio-sanitarie erogate ai disabili come quelle dei centri diurni (per il 70%), le attività di riabilitazione domiciliare (sempre per il 70%), il recupero semiresidenziale (per il 50%), ma tutto questo non è garantito. E’ immediato individuare nelle ASL la controparte omissiva, ma è una costante la loro risposta: i soldi non ci sono. Le responsabilità rimpallano praticamente all’infinito tra enti locali e governo centrale.
Comunque questa petizione è indirizzata ai parlamentari e tutti i cittadini possono sottoscriverla. C’è tempo fino al 31 dicembre 2013. Sarebbe un bel segnale un’adesione numerosa, espressione di quella capacità di azione congiunta tanto auspicata, ma difficile da realizzare (www.fondazionepromozionesociale.it/)

 

AREA e Di.To ringraziano Piergiorgio Maggiorotti.


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