Sviluppo del linguaggio nei bambini: quando correre ai ripari?

Una mamma tende a preoccuparsi quando si accorge che il suo bambino a due anni “ancora” non ha una padronanza del linguaggio da vero ometto! Ma niente allarmismi: uno studio condotto in Olanda ha dimostrato che i ritardi nell’espressività del lessico, nello specifico entro i due anni di età, non sono necessariamente correlati alla comprensione del linguaggio e allo sviluppo dell’intelligenza non verbale in età scolare. Il termine intelligenza non verbale si riferisce a particolari abilità importanti soprattutto in ambito scolastico in quanto permettono ai bambini di analizzare e risolvere problemi complessi senza dover fare affidamento sulle abilità linguistiche; alcuni esempi possono essere la comprensione del significato di informazioni visive e il riconoscimento delle relazioni causali in situazioni simulate.

Lo studio sottolinea inoltre che i fattori che più di tutti si associano a questi ritardi sono di natura socio-demografica: il genere maschile, il basso livello di istruzione materna e, nel contesto studiato, l’origine non occidentale.

La ricerca ha coinvolto quasi 3.000 bambini, le cui madri hanno compilato tre questionari: il primo quando i bambini avevano un anno e mezzo, misurava le abilità lessicali e lo sviluppo del vocabolario; il secondo e il terzo, somministrati a due anni e mezzo, testavano rispettivamente lo sviluppo del linguaggio e le abilità dei figli. All’età di sei anni sono stati i bambini stessi a compilare un test volto a indagare la comprensione del linguaggio e l’intelligenza non verbale.

Inoltre i bambini sono stati suddivisi in quattro gruppi in base al tipo e all’età di esordio del ritardo al fine di verificare se ci fosse una relazione tra queste variabili e le difficoltà in età scolare. E’ risultato che un esordio tardivo di problematiche legate all’espressione del linguaggio aumenta il rischio di difficoltà nella comprensione linguistica e nell’acquisizione di abilità non verbali.

Questo studio ha permesso di operare dei confronti tra le capacità percepite dalle madri durante la prima infanzia e quelle effettive dei bambini in età scolare.

Concludendo gli autori sostengono che un intervento finalizzato a prevenire le difficoltà scolastiche debba essere indirizzato a quei bambini che crescono in un contesto socio-demografico “a rischio”, e che sviluppano ritardi linguistici dall’età di tre anni in poi.

Bibliografia: Ghassabian A, Rescorla L, Henrichs J, Jaddoe V.W, Verhulst F.C, Tiemeier H. Early lexical development and risk of verbal and nonverbal cognitive delay at school age, Acta Paediatrica 2014; 103: 70-80.


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